Fair Economy – Maggio 2013 – N° 1

austeritaAUSTERITA' VERSUS CRESCITA
Le conseguenze dell'austerità: 26 milioni di disoccupati nella EU

Anche il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso se ne è accorto: “da soli, i tagli della spesa non possono risolvere la crisi europea”. E' arrivato buon ultimo. Da tempo gli economisti delle diverse scuole di pensiero sostengono che il modello di “crescita guidata dall'austerità” adottato dalle tecnostrutture che, sotto la decisiva influenza tedesca, determinano la politica economica del continente, non può funzionare.
La differenza con gli Stati Uniti del resto, è stridente: l'amministrazione Obama, fortemente spalleggiata dalla Federal Reserve ha fatto la scelta opposta, quella di realizzare l'equilibrio di bilancio attraverso la crescita. I risultati sono profondamente diversi.
L'EU, con al centro l'eurozona sempre più in difficoltà, è in una recessione “double dip”, è cioè ricaduta in recessione, dopo il primo avvio di ripresa che si era verificato all'indomani delle massive misure monetarie e fiscali adottate per fronteggiare la grande crisi finanziaria del 2008.
Con fortissime e continue immissioni di liquidità nel sistema, gli USA, che pure registrano una crescita delle attività finanziarie e dei valori delle borse superiore a quella dei sottostanti valori dell'economia reale, stanno  invece riuscendo nel loro intento di fare arrivare all'economia produttiva le risorse necessarie alla ripresa economica: i risultati sono evidenti. A fronte di una decrescita dell'eurozona (la previsione per quest'anno è di -0.3% del PIL), la crescita del PIL americano è quasi del 2% e l'economia comincia a riassorbire nuova occupazione, con un saldo positivo di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, trimestre dopo trimestre.
Una ricerca apparsa su VOX.EU (un istituto europeo di ricerca, analisi e commento  di economisti di chiara fama), sostiene che la politica economica dell'eurozona sembra guidata dai sentimenti dei mercati, questi hanno portato a un'austerità eccessiva, forse autodistruttiva per i paesi meridionali debitori, non riuscendo, nel contempo, a indurre i paesi creditori del nord ad adottare misure e stimoli riequilibratori che questi avrebbero potuto permettersi.
Quando, con la crisi greca, è cominciata la crisi del debito, sostiene la ricerca di VOX, i mercati finanziari hanno fornito segnali sbagliati, guidati dalla paura e dal panico, spingendo gli spreads a livelli artificialmente alti e costringendo le nazioni in difficile situazione di liquidità a misure immediate di intensa austerità che hanno prodotto grandi sofferenze. Questi segnali sbagliati dei mercati hanno influenzato negativamente le autorità europee, in particolare la Commissione, inducendola alla sua crociata per l'austerità. Se la BCE, che si è decisa ad intervenire solo nel settembre del 2012, impegnandosi a fare “tutto quello che serviva per “salvare l'euro”, lo avesse fatto al momento dell'insorgere della crisi greca, la paura e il panico dei mercati non ci sarebbero stati e i programmi di eccessiva austerità non sarebbero stati avviati.
L'austerità ha determinato le profondissime recessioni in cui versano i paesi meridionali dell'eurozona, ma non ha aiutato a ripristinare un rapporto migliore tra debito e PIL.
L'esempio italiano è emblematico. Il nostro paese probabilmente uscirà dalla procedura di infrazione del deficit, perché sembra stia riuscendo a cogliere l'obiettivo del rapporto deficit/PIL inferiore al 3%, come previsto nei trattati. Pur annoverandosi dunque tra i paesi più virtuosi, l'Italia vede comunque che il suo debito  continua ad aumentare, passando del 127% dello scorso anno al 132% di quest'anno, con una proiezione al 134% per il prossimo.
Tutto ciò cosa sta a dimostrare? Semplicemente che l'austerità, oltre ad indurre profondissime tensioni recessive, non è riuscita a ripristinare la sostenibilità delle finanze dei paesi debitori, ha anzi indebolito ulteriormente la loro capacità di servire il debito: da una crisi di liquidità, si rischia di passare a una crisi di insolvenza.
Dunque serve ben altro all'Europa e i drammatici problemi del nostro paese non sono risolvibili solo con politiche nazionali. I rischi si sono spostati ora dalla tenuta dell'euro alla tenuta sociale e politica del progetto dell'Unione Europea, come dimostrano i risultati  in ogni paese che affronta una qualsiasi prova elettorale, generale o locale.
Le conseguenze dell'austerità sono infatti terribili: 26 milioni di disoccupati nella EU. Una disoccupazione giovanile esorbitante: in Grecia e Spagna è superiore al 50%. Già nel 2010, 115 milioni di persone nella Unione Europea a 27 (il 23.4% della popolazione) erano a rischio di povertà o di esclusione, e la situazione sta ancora peggiorando.
Per tornare alla crescita l'Europa ha bisogno di molte cose: nell'immediato, deve ripristinare le condizioni di un aumento della domanda per potere utilizzare il potenziale di crescita che non riesce ad essere sfruttato e per indurre nuovi investimenti, in grado di assorbire nuova occupazione e di fare uscire i paesi debitori, come il nostro, dalla trappola del debito.
Ha poi bisogno di riforme strutturali, quelle che hanno effetto nel lungo periodo. Deve investire nelle persone, nelle infrastrutture, nelle capacità. Ha bisogno di “buona crescita” come ha recentemente sostenuto Stefan Collignon, presidente del comitato scientifico del CER (l'istituto di ricerche fondato da Giorgio Ruffolo). Le riforme strutturali di cui l'Europa ha bisogno, egli sostiene, non sono quelle che vanno per la maggiore nel pensiero dominante e che vedono la soluzione nella flessibilizzazione del lavoro e nell'abolizione di ogni regola, perché così vogliono i mercati, assunti come i migliori regolatori automatici della crescita. “La bella favola raccontata dai policy makers conservatori che  le penose riforme di oggi garantiranno un brillante futuro domani, è sbagliata. Le politiche economiche europee devono cambiare. L'austerità deve essere fermata, ma di per sé l'iniezione di domanda non è sufficiente a migliorare le condizioni di vita in futuro, anche se stimolare la domanda è condizione necessaria per la crescita” conclude Collignon. Ma su questo, scriveremo un prossimo articolo.

 

Nicoletta Rocchi

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