Fair Economy – Maggio 2013 – N° 2

cavalloIl cavallo non beve o è l'acqua che ancora manca alla economia reale?

Nei giorni scorsi,  George Soros, in Italia per ritirare il premio Tiziano Terzani, ha avuto modo di ribadire tutto il suo pessimismo sulla situazione economica dell'eurozona.
Da tempo sostiene infatti che, senza le riforme strutturali di cui ha veramente bisogno – una unione bancaria, una unione fiscale, la nascita degli eurobonds – l'eurozona non può farcela.
Questa volta si sofferma specificatamente sulla situazione italiana, evidenziando come i differenziali sui tassi bancari reali all'interno dell'area della moneta unica (tra paesi creditori, in primis la Germania, e i paesi debitori, cioè quelli del sud colpiti dalla crisi del debito), siano di tale entità da non fornire neppure le basi minime per una ripresa dell'economia attraverso una riduzione del costo del denaro e la riapertura dell'accesso al credito che penalizza le nostre aziende.
Più o meno negli stessi giorni, è stato l'Economist a mettere in luce questa asimmetria, che neppure la recente riduzione di un quarto di punto del tasso ufficiale da parte della BCE  sarà in grado di sormontare.
“La macchina del denaro è così in disordine – sostiene il settimanale economico britannico – da spingere nella depressione le economie di Italia e di Spagna”.
E infatti, analizzandone la struttura economica, si evince che le aziende di piccole e medie dimensioni hanno un posto rilevantissimo nell'eurozona: mentre negli USA, la metà dei posti di lavoro è nelle piccole e medie imprese, in Francia esse raccolgono il 60% dell'occupazione, in Spagna il 67%, in Italia addirittura l'80%.
Poiché queste aziende, non essendo quotate in borsa e non emettendo obbligazioni, hanno solo il canale bancario per acquisire il credito di cui hanno bisogno, è evidente quanto tali prestiti siano vitali per il buon funzionamento dell'intera economia.
Fin quando la differenza tra il tasso della BCE e  quelli che pagavano le imprese si è mantenuto su livelli accettabili e senza profonde differenze tra i diversi paesi dell'area della moneta unica, le cose hanno funzionato.  Ma poi, con l'avvitamento della crisi finanziaria dell'eurozona a seguito della vicenda greca, affrontata tardi e male dalle autorità dell'Unione, il meccanismo si è rotto e le differenze tra i tassi pagati dalle aziende nei diversi paesi sono aumentate in modo insostenibile.
Mentre per la Germania il costo del credito per l'economia reale è rimasto collegato al tasso della BCE, quello dei paesi periferici è cresciuto a dismisura: in Italia e Spagna, a seguito del panico dei mercati accentuatosi ulteriormente con il disastroso caso di Cipro, si è quasi triplicato, arrivando al 6% e più: una stretta creditizia più forte degli anni in cui il tasso della BCE era, però, molto più alto.
Le aziende italiane non solo non sono in grado, anche se lo volessero, di fare nuovi investimenti, ma neppure di gestire i debiti esistenti: per il nostro paese i crediti bancari alle imprese ammontano a 855 miliardi di euro, che, a un tasso del 6%, determinano una spesa per interessi di ben 50 miliardi che, al tasso inferiore pagato dalla aziende tedesche e francesi, si ridurrebbero a 28 miliardi: 22 miliardi in meno!
Se si considera poi che le politiche di austerità, a loro volta, stanno deprimendo la crescita, si comprende come la nostra economia sia in una trappola in cui non ha via di scampo.
E' incredibile come tutto questo non sia compreso dalle istituzioni dell'Unione. La dimensione delle economie spagnola e italiana è tale  da determinare una crisi ancora più grave in tutta l'eurozona. L'economia della Spagna, sostiene l'Economist, vale 2 volte quelle della Grecia, del Portogallo, dell'Irlanda e di Cipro messe insieme. Quella dell'Italia è del 65% più grande di quella spagnola.
Quindi ha ragione Soros. La BCE deve affrettarsi a cercare i modi con i quali gli effetti della sua politica monetaria possano arrivare fino all'economia reale. Serve credito fresco per sostenere le imprese e deve essere credito che arrivi per davvero alle imprese produttrici. Il modo c'è. Basta volerlo attuare. Come dimostra la politica della Federal Reserve e del Tesoro negli USA, o la Abeconomics in Giappone o, la politica della Bank of England che sta offrendo assistenza finanziaria condizionata alle banche in misura pari ai prestiti da loro erogati alla piccole e medie imprese.
La BCE, che, a differenza della FED, non ha nel suo mandato istituzionale la difesa dell'occupazione ma è solo la guardiana della stabilità dei prezzi, può però trovare nella difesa dell'euro l'appiglio per politiche che consentano una riduzione del costo del credito per le imprese dell'economia reale. Senza ripresa e crescita, l'eurozona non riuscirà a mantenersi unita. Del resto, questa preoccupazione è già alla base del suo impegno di prestatore di ultima istanza per i titoli pubblici dei paesi in difficoltà, impegno che, tranquillizzando i mercati, ha determinato un significativo abbassamento degli spreads.
Ora, per consentire alla primavera, che pare già in corso in altre zone del globo a partire dagli USA, di attecchire anche in Europa, bisognerebbe agire in fretta e con determinazione. Resta solo da vedere se così sarà. Malgrado il nostro pessimismo, non possiamo che sperarlo.

Nicoletta Rocchi

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