Fair Economy – Giugno 2013 – N° 1

Europa_Austerity

Le cosiddette “riforme strutturali” in Europa: non bastano a pagare il conto dell'austerity.

La situazione economica va sempre peggio, malgrado gli enormi sacrifici sostenuti dai lavoratori.
Che stanno progressivamente perdendo ogni speranza per il loro futuro.

Nelle settimane scorse, l'OCSE ha prodotto una ricerca empirica che dimostra come le disuguaglianze nei paesi più industrializzati continuino a crescere: all'inizio della crisi globale, esse si erano un po' ridimensionate e il merito era stato, da un lato, delle misure fiscali adottate dai governi per evitare che lo scoppio della bolla immobiliare negli US, con il crollo che ne era derivato del sistema bancario e finanziario internazionale producesse una situazione paragonabile alla Grande Depressione degli anni '30, e, dall'altro dei meccanismi di riequilibrio automatico che entrano in funzione per proteggere l'occupazione e i redditi nelle fasi di recessione economica. Poi, la situazione è peggiorata molto a seguito delle misure fiscali adottate da quegli stessi paesi, nell'intento di contenere il deficit di bilancio pubblico aumentati a seguito della spesa per tali misure e della riduzione degli introiti fiscali conseguenti la crisi e della inevitabile contrazione della domanda. Poiché la teoria economia sostiene che, quando la domanda privata si riduce, deve soccorrere la domanda pubblica, la contestale riduzione di entrambe ha determinato una nuova recessione  e l'allargamento delle disuguaglianze che ne è conseguita.

Una conclusione simile poteva già essere tratta dalla Relazione globale sulle retribuzioni pubblicata dall'OIL alla fine dello scorso anno: le retribuzioni, nei paesi sviluppati hanno sofferto di una “double dip” nel 2008 e di nuovo nel 2009. Le retribuzioni reali si sono cioè contratte due volte, seguendo, evidentemente l'andamento dell'economia reale sopraffatta dalle politiche di austerità fiscale abbracciate un po' dappertutto.

Ma in Europa, le cose sono andate anche peggio. Nella zona euro, dal 2009 in poi, come dimostra in un recente articolo Roland Jansenn, economista della Confederazione Sindacale Europea,  le retribuzioni nominali sono in picchiata sotto il 2% già dal 2009 e le retribuzioni reali, che si sono ridotte di 0.6% negli anni 2011-12, si prevede ristagneranno  anche nell'anno in corso e in quello successivo. Soprattutto, i dati medi non raccontano tutta la verità che c'è dietro di loro: in diversi stati membri dell'eurozona, nello specifico i paesi cosiddetti “debitori” che corrispondono grosso modo al sud dell'area a moneta unica, le retribuzioni reali hanno avuto contrazioni significative: ad esempio, nel 2012, Grecia e Portogallo hanno registrato una contrazione del 5%, Spagna e Italia del 2%. poiché la decrescita è in corso continuativamente da diversi anni, le riduzioni si sommano anno su anno e, a partire dal 2009, hanno raggiunto i ragguardevoli livelli del 22% in Grecia, del 7% in Spagna e Portogallo, del 5% in Irlanda e del 2-3% in Austria, Olanda e Italia.

Tutta colpa dell'austerità e delle cosiddette riforme strutturali: l'austerità spinge la crescita verso il basso e la disoccupazione verso l'alto, con la conseguente demolizione del ruolo contrattuale dei lavoratori. Le riforme strutturali che tanto piacciono alle tecnostrutture che tengono le redini della politica economica dell'EU, hanno fatto il resto, indebolendo ovunque, anche pesantemente, il sistema della contrattazione collettiva: in Grecia, Spagna e Portogallo è stata abolita la validità giuridica dei contratti collettivi, in Grecia è stato ridotto il minimum wage ed è stato consentito ad “associazioni di lavoratori” di contrattare a livello aziendale condizioni di lavoro e retributive che hanno priorità sui contratti stipulati dai sindacati rappresentativi. Se si pensa all'ormai famigerato art.8 di casa nostra, fortemente voluto dall'allora ministro Sacconi che sovverte completamente  la gerarchia delle fonti, permettendo di negoziare a livello aziendale in deroga da contratti e anche da leggi, si comprende che anche in Italia la situazione non è dissimile.

Nel frattempo però, i fatti stanno dimostrando di avere la testa più dura e l'intera eurozona è da sei trimestri consecutivi in recessione. C'è poco da stupirsi del risultato: con quella che appare una vera e propria ossessione per i deficit di bilancio e  con  la corsa retributiva al ribasso, questa performance era prevedibile ed era anche stata prevista. Se si vuole la prova al contrario, basta vedere come sta andando la situazione economica negli US. La ripresa economica e occupazionale anche se non fortissima è tuttavia in corso. E questo è dipeso dal fatto che, negli US, si è continuato più a lungo con gli stimoli fiscali e che, malgrado l'ottusa opposizione dei repubblicani abbia costretto l'amministrazione Obama a significativi tagli di spesa, va avanti senza timidezze una linea di politica monetaria della Federal Reserve che pompa liquidità nel sistema per molte decine di miliardi al mese, a favore soprattutto dell'economia reale.

Dunque se, come nella gestione della crisi dell'eurozona, viene meno la spinta riequilibratrice della mano pubblica che sopperisce alla mancanza di domanda privata e, nello stesso tempo, si continua a pestare sui redditi disponibili delle famiglie normali, tarpando ulteriormente la domanda privata stessa, si ottiene la ricetta più giusta per deprimere a lungo la ripresa economica. Ora si fa molto conto sui paesi core che non avrebbero più bisogno di allungare la loro quaresima fiscale e salariale e quindi dovrebbero allentare le misure di austerità, dando un po' di sollievo alle economie stressate dei paesi debitori e, di conseguenza, a quella di tutta l'eurozona. Ma pare che siano difficili da convincere. E, per la verità, gli atti tradiscono le vere intenzioni: alle tante chiacchiere sulle politiche per la crescita fanno da contraltare le misure che la Commissione Europea continua a chiedere a paesi che hanno problemi di competitività, da ultima la Francia. Le misure sono sempre le stesse: flessibilità del mercato del lavoro, tagli al welfare, contrattazione in pejus sia salariale che delle condizioni di lavoro. Una competitività da costi, di tipo  mercantilista, che punta tutto sull'export dimenticando che una tale politica può funzionare se le metta in atto un solo paese, ma se lo fanno tutti non funziona più: perchè se ci sono bilance commerciali e di conto corrente in surplus, ce ne devono per forza essere altre in deficit. Surplus per tutti è una chimera. Dunque occorre una politica economica, monetaria e fiscale completamente diverse, politiche rigorose ma attente all'andamento dell'economia. Occorre anche una diversa politica dei redditi. Se la ricchezza e gli incrementi di reddito si concentrano, sostiene Joseph Stglitz, al di là dell'ingiustizia e della disuguaglianza sociale che aumentano, soffre la stessa economia: chi ha tanti soldi, tende a consumare una percentuale del suo reddito  enormemente più piccola di quelli che, con redditi modesti, ne consumano una percentuale più alta, dando fiato alla domanda di  beni e consumi e, di conseguenza, agli investimenti necessari per soddisfarla. L'esatto contrario della teoria dello “sgocciolamento” che ha costituito la base  della idee liberiste, da Reagan in poi.

Allora, sarebbe bene non assecondare e anzi combattere la “neutralità” economica di scelte tutte politiche che, attraverso tecno-strutture “neutre” la destra, al governo in quasi tutti i paesi dell'eurozona, ammannisce ai suoi cittadini senza assumerne direttamente la responsabilità ai loro occhi. Questo non significa la non volontà di affrontare scelte pure difficili che andranno fatte. Al contrario significa prendere per il verso giusto il problema della crescita. E, attraverso nuove strade, costruire un futuro in cui i cittadini europei possano ancora credere, determinando anche le condizioni per un miglioramento della situazione del debito, a partire dai  paesi che ne sono più colpiti.

Nicoletta Rocchi

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