Fair Economy – Giugno 2013 – N° 2

Igolfl caso Pirelli: un emblema del nostro piccolo capitalismo di relazione
Nelle settimane scorse, un po' in sordina, se si escludono alcuni meritevoli interventi di autorevoli commentatori economici come ad esempio Penati e Boeri, il nostro piccolo capitalismo di relazione ha effettuato l'ennesimo intervento a sostegno di un suo insider. E mentre i piccoli imprenditori e le famiglie faticano a trovare credito presso le banche, le “banche di sistema”, come loro stesse amano definirsi, hanno provveduto a mantenere al comando della Pirelli Marco Tronchetti Provera, inuguagliabile nella sua capacità di indebitare le aziende di cui gli è capitato di avere la responsabilità gestionale. Lo avevamo già visto all'opera con la Telecom privatizzata a debito dai “capitani coraggiosi” e da lui ulteriormente indebitata. Una storia esemplare di grande azienda italiana, gigante internazionale delle telecomunicazioni, che ha visto la sua forza scemare in pochi anni e non è più stata in grado di effettuare gli investimenti tecnologici necessari per tenere il passo della concorrenza. Egli è poi tornato ad occuparsi a tempo pieno della Pirelli, mantenendone il dominio assoluto (è presidente e al tempo stesso amministratore delegato) attraverso il solito giochetto delle scatole cinesi, malgrado la sua partecipazione azionaria reale fosse inferiore al 5%. Nel corso del tempo è stato sempre sostenuto dalle “banche di sistema” Unicredito e Banca Intesa, che ora, per difendere i loro crediti, sono di nuove accorse in suo soccorso sborsando, tra una cosa e l'altra, circa 250 milioni di euro per evitare che fosse soppiantato da nuovi azionisti. Così, la storia può continuare: padrone con meno del 5%, imprenditore e al tempo stesso manager tra i più pagati nel nostro paese. Un esempio di come funzionano le cose in Italia, di quali sono gli ostacoli veri alla sua crescita economica, alla sua capacità di attrarre investimenti dall'estero, di innovarsi e di diventare competitiva. Con buona pace di quei piccoli e medi imprenditori che, pur continuando a tenera a galla il nostro settore manifatturiero e la nostra bilancia commerciale, fanno fatica a trovare credito e addirittura a farsi pagare le fatture dalle pubbliche amministrazioni. Dunque, le banche sono nuovamente intervenute, innanzi tutto per difendere i loro crediti, o meglio per continuare a mimetizzare perdite reali che le costringerebbero a ripulire i  bilanci e a fare forti ricapitalizzazioni, magari mettendo a rischio gli equilibri di potere in essere anche attraverso la rete delle fondazioni bancarie. Le banche sono intervenute inoltre  per difendere le loro partecipazioni: esse sono infatti azioniste di Pirelli come di altri gruppi con caratteristiche analoghe, con un evidente conflitto di interesse che penalizza le aziende che non possiedono i quarti di nobiltà bancaria  necessari per potere avere accesso al “salottino buono” del nostro capitalismo. Se si osserva un po' da vicino, infatti, di salottino buono stiamo parlando, sempre più sdrucito, minuscolo e periferico. Oppure si potrebbe parlare, in questo caso a ragion veduta, di casta e quindi di difesa degli interessi di casta: la casta del club degli oligarchi attempati che tengono le redini della finanza italiana, dei controllori del mercato, a partire dalle autorità indipendenti che dovrebbero effettuare le verifiche e non lo fanno, preferendo, a loro volta, mettersi in relazione, suggerire, concertare con quelli che, in teoria, sarebbero sottoposti alla loro vigilanza. Tutto perchè tutto continui allo stesso modo di sempre, perchè non si turbino gli equilibri del potere consolidato. Noi, invece, pensiamo che se l'Italia deve tornare all'onore del mondo, è proprio su questo versante che occorre determinare una drastica discontinuità. Ma chi se ne sta occupando? Il governo delle larghe intese è in grado di produrre tale rivoluzione culturale? E' in grado anche soltanto di affrontare il tema del conflitto di interesse impedendo alle banche partecipazioni in aziende non finanziarie? E' in grado di fare una riforma delle autorità di vigilanza che le costringa a vigilare davvero? E' in grado di gettare i semi di una nuova classe dirigente, più moderna, responsabile e realmente cosmopolita?  Nutriamo qualche dubbio in proposito. E infatti, si continua a insistere soprattutto sulla flessibilità del lavoro per recuperare competitività. I vecchi, in questa concezione, sarebbero coloro che si oppongono al definitivo smantellamento dei diritti della persone che lavorano. I nuovi, i modernizzatori, i “riformisti” sarebbero invece questi frequentatori del capitalismo di relazione che, nell'intento di mantenere il loro potere, condannano il paese a un pauroso declino, anche utilizzando la gran cassa dei media nazionali, in buona parte da loro partecipati. Il mondo capovolto! Dunque, occorre reagire. Non solo il sindacato, ma anche la sinistra politica, moderata ma realmente riformista, non possono più sottrarsi al dovere di mettere in agenda i temi veri del cambiamento. Certo, è giusto agire in termini soprattutto europei: senza un Europa diversa da quella piegata dalla logica dell'austerità fine a se stessa non si va da nessuna parte. Ma ci sono aspetti squisitamente italiani che solo noi possiamo impegnarci a risolvere. Sono queste, in primo luogo, le vere riforme di struttura di cui l'Italia ha bisogno. I temi della valorizzazione del merito, del ridimensionamento delle caste che tengono in ostaggio il paese, del capitalismo di relazione e dei conflitti di interesse in cui è irretito sarebbero un buon inizio.

Nicoletta Rocchi

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