Fair Economy – Aprile 2013

abbiamo fameBASTA CON L’IDEOLOGIA: QUELLA DEI RICCHI!

“Fino a quando ci atterremo a una politica dell’1%, voluta dall’1% a vantaggio dell1%, assisteremo solo a nuove giustificazioni della solita vecchia politica” (Paul Krugman)
Nei giorni scorsi Moody’s, pur non abbassando il rating italiano, ha fatto una previsione di “outlook economico negativo”. E’ vero, l’obiettivo del deficit al 3% del PIL è stato raggiunto, ma il rapporto Debito/Pil continua a crescere speditamente oltre il 130%. Dunque, sostiene Moody’s, il problema non è il consolidamento fiscale: l’Italia ha fatto discretamente bene “i suoi compiti a casa”. Il problema è la crescita bassa e la competitività claudicante. Allora che fare?
Il crollo della posizione intellettuale a favore dell’austerità è in corso da tempo. Già l’anno scorso il Fondo Monetario Internazionale ha spezzato una lancia contro l’austerità: l’effetto moltiplicatore dei tagli della spesa e dell’aumento delle tasse sulla spesa è stato molto più violento e depressivo di quello che ci si attendeva, ha autorevolmente sostenuto uno studio del Fondo. Da allora il dibattito tra gli economisti, ha preso quota, fino ad arrivare all’impensabile. Un paio di settimane fa, tre giovani neolaureati del MIT (Massachusetts Institute of Technology) hanno rifatto i conti dimostrando la totale erraticità dello studio macroeconomico che, fino ad allora, aveva rappresentato, in tutto il mondo, la base teorica della politica di austerità. Non è vero, hanno sostenuto numeri alla mano i giovani economisti, che un’economia smette di crescere quando il debito raggiunge il 90% del Pil, come avevano dimostrato i prof. Reinhart e Rogoff di Harvard, usando dati taroccati.
Si, dati taroccati! Al punto che la nuova ricerca targata MIT riesce a dimostrare esattamente il contrario: non è il debito che mina la crescita ma è la mancata crescita che rende più insostenibile il peso del debito.
“Il programma dell’austerity ammantato da rigore accademico, rispecchia da vicino la tesi dei ceti abbienti” ha recentemente scritto Paul Krugman. “Ciò che desidera l’1% più ricco della popolazione, diventa quello che la scienza economica ci dice essere ciò che dobbiamo fare ….. fino a quando ci atterremo a una politica dell’1%, voluta dall’1% a vantaggio dell1%, assisteremo solo a nuove giustificazioni della solita vecchia politica. Immagino ci toccherà vedere sino a dove ci si potrà spingere pur di dare una giustificazione al cinismo” conclude Krugman.
E infatti, da Moody’s, abbiamo una prima risposta. Sul che fare non hanno dubbi: innanzi tutto eliminare i contratti nazionali di lavoro. Come dire, si presume di dare slancio all’economia creando le condizioni di un’ulteriore contrazione della domanda. Sembra impossibile. Ma l’impudenza non ha limiti.
Un economista americano Liberal Robert Reich, ha descritto sul suo blog come, anche negli USA, la politica di quantitative easing (allentamento del credito) della Federal Reserve non si ripercuota positivamente sull’economia reale. Al boom delle borse non ha corrisposto una crescita dei livelli occupazionali: della serie i ricchi ci guadagnano mentre la classe media si impoverisce e i poveri diventano sempre più poveri.
Nell’Unione Europea l’effetto dell’austerità è anche più duro perché essa si accompagna a una politica dell’Euro forte che rende impossibile, soprattutto per i paesi in deficit, di competere ad armi pari.
Se questa è la situazione c’è poco da essere ottimisti. A meno che non si sbaracchi l’ideologia dominante, quella vera e ferocemente rampante malgrado i suoi evidenti fallimenti.
Siamo ancora, trent’anni dopo, al Washington Consensus? Alle teorie neoliberiste per cui se i ricchi stanno bene, di conseguenza staranno bene anche tutti gli altri?
La sinistra europea, politica e sindacale batta un colpo. E’ l’unica ancora in grado di evitare che il tracollo economico trascini con se un progetto importante, fondamentale per la democrazia e la pace nel mondo: il progetto dell’Unione Europea, così come era stato immaginato e costruito dai padri fondatori all’indomani della tragedia della seconda guerra mondiale.
Se la sinistra non saprà raccogliere la rabbia e l’impotenza crescente tra la gente, i risultati politici saranno devastanti. E già se ne comincia ad intravedere qualcuno.

Nicoletta Rocchi

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